mercoledì 11 marzo 2015

CULTO DELLA RAGIONE ILLUMINISMO ESOTERICO CULTO DI LUCIFERO

«Lasciate che ognuno si interroghi da solo, se volete allontanare maggiormente l'impostura e la stupidità del fanatismo. L'intera storia di Gesù — solo un fanatico o un servo stupido potrebbe negarlo — dovrebbe essere esaminata alla luce della ragione». (Voltaire)

«La ragione tende a razionalizzare la vita, nemica della ragione; qualora essa conseguisse il suo intento, si avrebbe la morte e la negazione della vita. Nello stesso tempo la vita tende a vitalizzare la ragione...» (Lorenzo Lunardi, Attualità di Unamuno)

«O si pensa o si crede» (Schopenhauer)




Per mettere in chiaro i veri princìpi della morale, gli uomini non hanno bisogno né di teologia, né di rivelazione, né di divinità: hanno bisogno solamente del buon senso. Rientrino in sé, riflettano sulla loro propria natura, consultino i loro interessi evidenti, considerino lo scopo della società e di ciascuno dei membri che la compongono, e riconosceranno facilmente che la virtù è il vantaggio e il vizio è il danno degli esseri della loro specie.
Diciamo agli uomini di essere giusti, benèfici, moderati, socievoli, non perché i loro dèi lo esigono, ma perché bisogna piacere agli uomini; diciamo loro d'astenersi dal vizio e dal delitto, non perché verremo puniti nell'altro mondo, ma perché sconteremo la punizione nel mondo di qua. «Ci sono - dice un grand'uomo - dei mezzi per impedire i delitti: sono le pene. Ce ne sono altri per mutare la condotta degli uomini: sono i buoni esempi».
La verità è semplice; l'errore è complicato, malsicuro nel suo cammino, pieno di andirivieni. La voce della natura è intelligibile, quella della menzogna è ambigua, enigmatica, misteriosa. La via della verità è diritta, quella dell'impostura è tortuosa e tenebrosa; la verità, sempre necessaria all'uomo, è fatta per essere intesa da tutte le menti sane; gli insegnamenti della ragione son fatti per essere seguiti da tutte le anime oneste. Gli uomini sono infelici solo perché sono ignoranti; sono ignoranti solo perché tutto congiura a impedir loro d'illuminare le loro menti; sono cattivi solo perché la loro ragione non è ancora sviluppata a sufficienza.

IL BUON SENSO Paul Heinrich Dietrich

Il culto della Ragione, il culto dell'Essere Supremo e la successiva teofilantropia sono forme di culto razionalista, sorti durante la Rivoluzione francese.

Il Settecento è stato defininto non a caso  «Il secolo dei lumi» o anche  «Il secolo della ragione». 


Secondo l'illuminismo, la ragione si contrappone alle credenze immaginarie, alla superstizione e all'irrazionalità.

«Ci dicono con tono grave che «non c'è effetto senza causa»; ci ripetono ogni momento che «il mondo non si è fatto da sé». Ma l'universo è una causa, non è per niente un effetto. Non è per niente un'opera, non è stato per niente «fatto», poiché era impossibile che lo fosse. Il mondo è sempre esistito; la sua esistenza è necessaria. (...) La materia si muove per la sua propria energia, per una conseguenza necessaria della propria eterogeneità»

(Paul Henri Thiry d'HolbachIl buon senso, ossia idee naturali opposte alle soprannaturali; paragrafo 39).

Molte le correnti filosofiche che si intrecciano nel culto della ragione: 

il razionalismo - la convinzione che i comportamenti e le credenze dell'uomo debbano basarsi sulla ragione piuttosto che sulla fede e sui dogmi religiosi, sull'immanenza piuttosto che sulla trascendenza, che la conoscenza si basa sul ragionamento deduttivo a priori; 

il naturalismo la realtà può essere compresa esclusivamente o primariamente attraverso le leggi naturali, senza ricorrere a principi di ordine trascendente o spirituale

l'umanismo - la centralità della società umana e dell'uomo, ritenuti oggetto privilegiato di indagine rispetto alla natura e a ciò che essa contiene; 

Il deismo - pur riconoscendo l'esistenza di un ente supremo ordinatore dell'universo, nega ogni forma di rivelazione e di provvidenza, rifiuta qualsiasi dogma o autorità religiosa, proclama la teologia della ragione (la ragione "ancella della fede");

l'agnosticismo - la sospensione del giudizio sull'esistenza di Dio;  

l'ateismo - la negazione dell'esistenza di Dio e insieme la disapprovazione morale e l'avversione di tali credenze;

Il socinianesimo - religione protestante che predicava una interpretazione razionale delle scritture, basandosi sul rispetto delle altre fedi religiose, sul libero arbitrio e sul rifiuto di ogni dogma non dimostrabile con la ragione;

il laicismo - la tendenza a osteggiare la teocrazia, la prevalenza del potere della chiese sul potere civile, a promuovere la separazione tra Stato e Chiesa, a riconoscere uguali diritti a tutte le religioni.

il sensismo - secondo cui tutta la conoscenza si sviluppa dall'azione dei sensi; 

l'empirismosecondo cui la conoscenza umana deriva esclusivamente dai sensi, quindi dall'osservazione, dall'esperienza e dal ragionamento a posteriori.

il cosmopolitismo - l'uomo come cittadino e abitante del mondo, unito dalla comunanza di natura e ragione;

l'universalismo - la credenza in un ordine universale del quale fanno spontaneamente parte gli individui illuminati dalla ragione, animati da sentimenti di solidarietà e coesione sociale;

lo storicismola natura storica e progressiva della manifestazione della ragione; 

il materialismo - secondo cui esiste solo la materia e tutto deriva dalle sue continue trasformazioni, lo spirito non esiste, o al limite non è altro che una differente forma di materia; 

l'edonismo l'identificazione del bene morale col piacere, riconoscendo in esso il fine ultimo dell'uomo; 

il libertinismo - filosofia razionalista che rifiuta qualsiasi morale e riconosce solo la Ragione e le Leggi di Natura; 

il determinismoin natura nulla avviene a caso, ma tutto accade secondo ragione e necessità, tutto è riconducibile  alla catena delle relazioni causa-effetto ovvero al principio di causalità; 

il meccanicismo - secondo cui lnatura di tutti gli enti è esclusivamente corporea, e quindi meccanica;

l'Illuminismo - la fede nella ragione e nella critica come strumento di emancipazione dell'umanità, ottenebrata dall'ignoranza e dalla superstizione, la fede nella scienza e nel progresso;

il giacobinismo - radicalismo delle idee democratiche e repubblicane che poi sfociò nella dittatura del Terrore.

IL TESTAMENTO



« Je voudrais, et ce sera le dernier et le plus ardent de mes souhaits, je voudrais que le dernier des rois fût étranglé avec les boyaux du dernier prêtre. »
(IT)
« Io vorrei, e questo sia l'ultimo ed il più ardente dei miei desideri, io vorrei che l'ultimo dei re fosse strangolato con le budella dell'ultimo dei preti.[1] »
(Jean Meslier, Il testamento)

Jean Meslier (Mazerny15 giugno 1664 – Étrépigny30 giugno 1729) è stato un filosofo e presbitero francesecurato in un piccolo paese di campagna, ma precursore dell'illuminismo radicale, materialista e ateo [2] ed anche anticipatore di alcune tematiche socialiste [3].
La vita di Meslier fu priva di eventi particolari, ma egli divenne improvvisamente noto dopo la morte, avvenuta nel 1729, per l'apertura del suo testamento intellettuale in cui (leggendo dal lungo titolo dello stesso) «si dimostrano in modo chiaro ed evidente le vanità e le falsità di tutte le divinità e di tutte le religioni del mondo».[4]
Inoltre, nel suo testamento spirituale, il sacerdote chiedeva scusa ai propri fedeli per quanto di falso aveva predicato in tutta la vita, per aver mentito, per eccessiva prudenza, nell'esercizio di una professione di prete non consona alle sue convinzioni filosofiche.[4]
Il suo nome fu inciso su una lapide tra quelli degli ispiratori e fondatori del socialismo, fuori dalle mura del Cremlino. Egli è infatti il primo pensatore a porre le basi del comunismo sociologico, della comunione dei beni e della distribuzione del reddito in base ai bisogni.
Il titolo completo del testamento di Jean Meslier è: «Memoria dei pensieri e delle opinioni di Jean Meslier, prete, curato di Étrépigny e di Balaives, su una parte degli errori e degli abusi del comportamento e del governo degli uomini da cui si dimostrano in modo chiaro ed evidente le vanità e le falsità di tutte le divinità e di tutte le religioni del mondo, affinché sia diretto ai suoi parrocchiani dopo la sua morte e per essere usata da loro e da tutti i loro simili quale testimonianza di verità».[4]
La critica di Meslier, diversamente da altre, oltre a contrapporre al Vangelo il confronto con altre fonti storiche ed i reperti archeologici del tempo, si svolge tutta nei confronti dei testi biblici ed, in particolare, si focalizza sui Vangeli e sulla verità storica del testo, non entrando nel merito teologico e non toccando altri libri della Bibbia. Ma vengono anche teorizzati il comunismo e il materialismo ateo.[4]
Meslier, con citazioni precise, tratte dalla traduzione ufficiale della Bibbia proposta dalle comunità cristiane, evidenzia contraddizioni interne ai passi evangelici.[4] Esse riguardano, tra l'altro, il numero e i nomi degli apostoli, il racconto della nascita ed infanzia di Gesù secondo Matteo e Luca, l'esistenza di una persecuzione da parte di re Erode, la durata della predicazione di Gesù, giorni e luogo dell'Ascensione; dunque eventi fondamentali della vita del Messia.[4]
Il testamento di Jean Meslier si articola in otto parti fondamentali[4]:
  1. Le religioni sono soltanto invenzioni umane, piene di errori e di sciocchezze.
  2. La fede, "credenza cieca", è solo un principio di errore e di impostura.
  3. Falsità delle presunte visioni e rivelazioni divine.
  4. Vanità e falsità delle presunte profezie dell'Antico Testamento.
  5. Errori della dottrina e della morale della religione cristiana.
  6. La religione cristiana autorizza le prepotenze e la tirannia dei grandi.
  7. Falsità della presunta esistenza della divinità.
  8. Falsità dell'idea della spiritualità e dell'immortalità dell'anima.
Oltre che la Chiesa, la religione, Dio e la figura di Gesù, nel mirino del Testamento ci sono la monarchia, l'aristocrazia, l'Ancien Régime, l'ingiustizia sociale e la morale cristiana del dolore: in esso si professa una sorta di comunismo anarchico ante litteram ed una filosofia materialista.[4] Vi sono inoltre due capitoli in difesa degli animali e dei loro diritti; le tesi di Meslier in favore del mondo animale, insieme ad altre parti del libro, furono apprezzate da Voltaire[6]. Il libro, a cui Meslier lavorò per gran parte della sua esistenza, uscì postumo nel 1729.
La "pars destruens", la lotta al cristianesimo e all'aristocrazia, si fa "pars construens" e propositiva di un nuovo modello sociale, basato sul riscatto delle classi umili contro i soprusi di due classi dominanti e parassite, l'aristocrazia e il clero.[4]

Per quanto Meslier sia stato spesso tacciato di essere un pensatore rozzo, aveva una buona conoscenza di pensatori e scrittori come PlatoneAristoteleEpicuroTito LivioTacitoSenecaFlavio GiuseppeGiulio Cesare VaniniFénelonMichel de MontaignePascalPierre BayleTommaso d'AquinoNicolas Malebranche e Cartesio, appresi sia durante i suoi studi in seminario sia negli studi personali (non sappiamo se lesse opere di Spinoza [9], anche se sembra conoscere la sua filosofia e lo cita); quasi tutti libri di questi autori erano nella sua biblioteca. Pur essendo un pensatore isolato ed autodidatta, per quanto riguarda il razionalismo, i suoi apporti per un nuovo orizzonte materialistico ed ateo sono comunque importanti.[4] 

La tesi centrale di Meslier è che la religione nasce dalla paura, e i tiranni se ne servono per imporre il proprio potere: idealizzando la sofferenza, la povertà e il dolore e condannando il piacere, la religione - in particolare quella cristiana - disarma gli uomini e li lascia alla mercé dei soprusi del potere.[4] Invece in natura tutti gli uomini sono uguali, ed a loro appartengono i beni e la terra che lavorano. Monarchi, nobili e sacerdoti sono parassiti che il popolo deve abbattere per riappropriarsi della terra. Inoltre, tutto quanto avviene nella storia non può né deve essere attribuito a Dio, in quanto solo la natura, eterna e già di per sé perfettamente regolata, basta a spiegare i mutamenti.[4]
"La vostra salvezza è nelle vostre mani, la vostra liberazione dipenderebbe solo da voi, se riusciste a mettervi d'accordo; avete tutti i mezzi e le forze necessarie per liberarvi e per rendere schiavi i vostri stessi tiranni. I vostri tiranni, infatti, per quanto potenti e terribili possano essere, non avrebbero alcun potere su di voi senza voi stessi; tutta la loro potenza, tutte le loro ricchezze, tutta la loro forza, viene solo da voi: sono i vostri figli, i vostri congiunti, i vostri alleati, i vostri amici che li servono, sia in guerra sia nei vari incarichi che essi assegnano loro: essi non saprebbero far niente senza di loro e senza di voi. Essi utilizzano la vostra stessa forza contro voi stessi, per ridurvi tutti quanti in schiavitù [...]. Ciò non succederebbe davvero se tutti i popoli, tutte le città e tutte le province si coalizzassero e cospirassero insieme per liberarsi dalla comune schiavitù. I tiranni sarebbero subito schiacciati e annientati. Unitevi dunque uomini, se siete saggi, unitevi tutti se avete coraggio, per liberarvi dalle vostre comuni miserie". [4]
"Trattenete con le vostre mani tutte queste ricchezze e tutti i beni che producete in abbondanza col sudore del corpo, teneteveli per voi e per i vostri simili, non date niente a questi superbi e inutili fannulloni, che non fanno nulla di utile, e non date niente di tutto ciò a tutti questi monaci e questi ecclesiastici che vivono inutilmente sulla terra, non date niente a questi nobili fieri e orgogliosi che vi disprezzano e vi calpestano [...]. Unitevi tutti nella stessa volontà di liberarvi da questo odioso e detestabile giogo del loro tirannico dominio, nonché dalle vane e superstiziose pratiche delle loro false religioni. E così non vi sia tra di voi religione diversa da quella della saggezza e della moralità, da quella dell'onestà e della decenza, della franchezza e della generosità d'animo; non ci sia religione diversa da quella che consiste nell'abolire completamente la tirannide e il culto superstizioso degli dèi e dei loro idoli, nel mantenere viva la giustizia e l'equità ovunque, nel lavorare in pace e nel vivere tutti in una società ordinata, nel mantenere la libertà e, infine, nell'amarvi l'un l'altro e nel salvaguardare da ogni pericolo la pace e la concordia tra di voi [...]".[4]

Molte delle tesi di Meslier verranno riprese in primis dal barone d'Holbach.[13] Durante la Rivoluzione, le sue idee verranno fatte proprie dagli Enragés, gli Arrabbiati, corrente radicale proto-socialista (anche se il loro leader, il prete costituzionale Jacques Roux, non era ateo) e da Jacques-René Hébert.

Nel suo Trattato di ateologia, il filosofo francese Michel Onfray considera Meslier il primo filosofo ateo della storia. L'autore pone l'accento sulla differenza fra il pensiero del curato e quello di altri filosofi considerati, a torto, atei quali Epicuro o Baruch Spinoza: mentre questi ultimi affermano l'esistenza di una o più entità divine, anche se composte da atomi o perfettamente coincidente con la Natura, Meslier confuta radicalmente l'esistenza di qualsiasi divinità o essere trascendente, e a ciò accompagna la critica di tutte religioni in generale e del cristianesimo in particolare. Secondo Onfray, dunque, è dall'apertura del Testamento che si può iniziare a parlare di ateismo filosofico senza possibilità di contestazione.[14] Anche Luigi Cascioli riprende i concetti di Meslier: in particolare la definizione cristicoli, neologismo inventato dal prete ateo per definire i seguaci della Chiesa.[15]
Il libertinismo filosofico
Pierre Gassendi
Il libertinismo filosofico erudito, che viene considerato come un periodo di congiunzione tra l'età rinascimentale e l'illuminismo, può essere inteso come il complesso delle dottrine degli "spiriti forti" o "liberi pensatori" del Seicento che, in Italia[25] Francia, Paesi Bassi e Germania, avanzavano un pensiero spregiudicato, spesso condannato dalle Chiese.
Il pensiero libertino tuttavia non è una dottrina organica, ma si distingue per alcuni temi centrali ricorrenti:
  • la negazione dei miracoli e dell'immortalità dell'anima;
  • la critica delle religioni nate dalla paura dell'uomo e strumento di potere politico;
  • il materialismo e l'atomismo come spiegazione del mondo;
  • la dottrina etica della doppia verità (cioè libertà spirituale ed insieme obbedienza alla morale sociale).[26]
Pierre Bayle (1647-1706) sostiene un deciso scetticismo tanto che, sia coloro che lo contestavano, che i suoi discepoli, considerarono ipocrite le sue professioni di credente. In realtà egli di fronte al dilagante razionalismo illuministico credette bene di rifugiarsi in quella che definiva la "religione del cuore".
La sua era una tipica posizione libertina che scetticamente contestava ogni tipo di giustificazione razionale delle verità cristiane e nello stesso tempo dichiarava in buona fede, sia pure superficialmente, la sua fede cristiana. Questo non bastò a persuadere i suoi contemporanei che lo giudicarono sempre uno scettico anticristiano, sebbene egli sostenesse che anche un ateo può avere una profonda vita morale e citava in primo luogo Spinoza.
Così, nonostante la sua sincera buona fede, non gli si credette, e dopo di lui, specie nel Settecento, il termine "libertino" venne definitivamente assimilato a quello di "depravato".
L'abate Pierre Gassend detto Gassendi (1592–1655) fu sempre considerato durante tutta la sua vita un buon sacerdote, rispettoso della ortodossia cattolica e scrupoloso nei suoi doveri spirituali, tanto che venne apprezzato persino dalla Compagnia di Gesù; era nello stesso tempo buon amico dei filosofi libertini del suo tempo.[27]
Nelle Exercitationes paradoxicae adversus Aristoteleos (1624) egli inizia a configurare il suo pensiero filosofico con una critica distruttiva alla filosofia aristotelica ma in effetti, dichiarava lui stesso, la sua era una contestazione diretta alla metafisica in quanto tale che pretende di attingere verità assolute quando la conoscenza dell'uomo è inevitabilmente relativa. Lo stesso scetticismo egli esprimeva anche per le verità scientifiche e, sebbene egli sia stato il più grande divulgatore delle scoperte astronomiche di Galilei, egli in effetti non aveva colto il sottofondo matematico delle scoperte galileiane e pensava invece che la fisica non fosse altro che una semplice constatazione di fatti naturali.
La fama di Gassendi nel Seicento si dovette soprattutto alla sua opera di autenticazione e di difesa del pensiero di Epicuro, falsificato da incrostazioni cristiane. Da questa base materialista egli quindi elaborò la sua dottrina fondata sulla pura e semplice conoscenza sensoriale, che non potrà mai andare oltre i fenomeni per attingere la metafisica cosa in sé. Nessuna verità religiosa potrà essere sostenuta con argomentazioni razionali. I convincimenti metafisici e morali degli uomini variano a seconda delle situazioni storiche, delle società, delle zone geografiche.[28]
Era la stessa constatazione finale di Cartesio che insoddisfatto della cultura astratta ricevuta al rinomato collegio gesuita de La Fleche, era andato alla ricerca nel "gran libro del mondo" di principi universali tali da risolvere i problemi pratici dell'esistenza. Ma mentre Cartesio crede di trovare queste norme universali di comportamento nella scoperta delle regole del metodo che portano a verità assolute, Gassendi nega che possano esistere verità razionali definitive: solo la Rivelazione, per chi crede, può soddisfare l'ansia di certezze dell'uomo.

Il Buon Senso e Il Sistema della Natura

 

Nel Sistema della Natura la rottura con il deismo diventa definitiva e irrecuperabile. Al contempo in d'Holbach si è definitivamente fatta strada la convinzione che assolutismo politico e oppressione clericale, anche se talora in apparente conflitto tra loro, sono sostanzialmente solidali e debbono quindi essere combattuti insieme. Secondo quanto scrive d'Holbach: «Senza la Corte la Chiesa quasi non può prosperare, lo Spirito Santo vola con un'ala sola. È a corte che in ultima istanza si decide l'ortodossia. Gli eretici sono sempre coloro che non pensano come alla corte. Le divinità di quaggiù regolano comunemente la sorte delle divinità di lassù. Senza Costantino Gesù Cristo sulla terra avrebbe fatto una assai magra figura».[49]
Nel 1772 d'Holbach pubblica una sintesi del suo sistema, Le bon sens.[50] Pur non introducendo innovazioni di rilievo rispetto al Sistema della natura, ne Il buon senso d'Holbach riesce ad evidenziare i punti veramente nodali dell'opera maggiore, su uno sfondo polemico anche più vigoroso e coerente. Il libro fu considerato così pericoloso da parte della Chiesa cattolica, che ne fu anche messa all'indice la traduzione italiana del 1808Il Buon Senso, ossia Idee naturali opposte alle soprannaturali[51], nella quale d'Holbach scriveva: «L'idea di un Dio terribile, raffigurato come un despota, ha dovuto rendere inevitabilmente malvagi i suoi sudditi. La paura non crea che schiavi […] che credono che tutto divenga lecito quando si tratta o di guadagnarsi la benevolenza del loro Signore, o di sottrarsi ai suoi temuti castighi. La nozione di un Dio-tiranno non può produrre che schiavi meschini, infelici, rissosi, intolleranti.»[52]
Contemporaneamente al Buon senso d'Holbach curò anche il rilancio del materialista inglese del seicentoThomas Hobbes di cui tradusse l'importante Human Nature.
Dal 1773 alla data della sua morte nel 1789, comincia l'ultima fase della produttività holbachiana, dedicata alla pars construens del suo sistema. Il barone passa dall'opera di demolizione dei pregiudizi religiosi alla proposta di un rinnovamento etico-sociale che si fonda su una concezione morale e politica decisamente laica e immanente.[53]
D'Holbach pubblica dunque in forma anonima nel 1773 La politique naturelle (La politica naturale) e il Système social (Sistema sociale) a cui si aggiungono nel 1776 La morale universelle (La morale universale) e l'Ethocratie (L'Etocrazia o «progetto di unione della morale con la politica»). Quest'ultima opera, dedicata al nuovo re di Francia, Luigi XVI manifesta una qualche rinnovata speranza nelle potenzialità (auto)riformatrici della monarchia francese, dopo la fine del lungo regno corrotto e dissestato del suo predecessore. Del resto anche l'illuminista radicale d'Holbach non riesce a pensare a riforme che non provengano «dall'alto», che non provengano cioè dalla volontà di un potere sovrano illuminato dall'azione rischiaratrice dei philosophes. D'Holbach è estraneo a ogni progetto di riforma economico-sociale egualitaria.[54] 

Pur riconoscendo la superiorità morale delle repubbliche, fondate à la Montesquieu sulla virtù, accetta la monarchia costituzionale con divisione dei poteri. Il potere legislativo per d'Holbach spetta ai «rappresentanti» (si veda la voce enciclopedica da lui dedicata al tema), ma sebbene non si esprima con piena chiarezza circa l'estensione del corpo elettorale, appare evidente che egli pensa a un suffragio assai largo in quanto considera come potenziali elettori non solo i ricchi o i privilegiati, ma anche chi lavori una terra di sua proprietà e in una certa misura anche coloro che si guadagnano da vivere con un lavoro che non sia quello del servo o del lacchè. L'assemblea parlamentare può riunirsi anche contro la volontà del re; i rappresentanti, a differenza di quanto d'Holbach aveva visto in Inghilterra, sono revocabili dai loro elettori.[55] I ministri vengono eletti dall'assemblea e non scelti dal monarca: la divisione dei poteri coincide de facto con la preminenza del legislativo sull'esecutivo. Il diritto centrale della società che sta imborghesendosi, il diritto di proprietà è conservato, ma vengono criticate con asprezza le usurpazioni monarchiche e nobiliari. Il barone considera l'aristocrazia come una casta usurpatrice. Se l'optimum sarebbe la sua completa abolizione, per un buon funzionamento della società è comunque indispensabile quanto meno eliminare l'ereditarietà incondizionata dei titoli e privare delle prerogative nobiliari chi se ne sia reso indegno. D'Holbach è un risoluto avversario dei privilegi feudali: corvées, pedaggi e altre servitù vanno eliminate. D'Holbach propone che l'educazione del principe ereditario della corona francese cessi di essere prerogativa di precettori ecclesiastici e cortigiani per essere affidata invece alla «nazione».[56] Nazionale e pubblica dev'essere l'educazione di tutti i cittadini, in quanto tutto il popolo ha diritto ad essere istruito contro i tiranni e i preti nemici del sapere che lo hanno reso servo per secoli e secoli

D'Holbach rivendica inoltre la piena libertà di pensiero e di stampa, libertà di satira e di critica: nessuna condanna può essere comminata per reati d'opinione.[57] «In politica, sostiene nella sua Etocrazia, i sistemi stravaganti sono puniti a sufficienza dal disprezzo, dalla derisione e dall'oblio».[58]
Un altro elemento caratterizzante il pensiero holbacchiano è il suo deciso antimilitarismo: le guerre di conquista sono espressione di barbarie in un'epoca che deve promuovere gli scambi commerciali, il monarca non può pretendere di dominare terre lontane (ovvero lo stato dev'essere nazionale), i militari di carriera sono considerati un flagello non solo nei riguardi dei popoli che si accingono a soggiogare con la violenza delle armi, ma anche nei confronti dei loro compatrioti, in quanto utilizzati in caso di sommosse, proteste e sollevamenti popolari.[59] Tranne il caso di guerre difensive d'Holbach prevede per i militari di truppa, preferibilmente volontari e non coscritti, una sorta di «servizio civile»: ovvero un impiego in lavori di pubblica utilità. In materia di giustizia d'Holbach si oppone alla venalità delle cariche ancor sempre presente nella Francia settecentesca, così come critica l'esasperante lentezza dei procedimenti giudiziari. In pieno accordo con le posizioni degli illuministi lombardi Cesare Beccaria e Pietro Verri. d'Holbach manifesta la sua netta avversione all'impiego della tortura, quale che sia il pretesto accampato per servirsene, come il ripudio della pena di morte, tranne che per i casi di omicidio premeditato ed efferato.
Nel suo determinismo il barone non imputa evidentemente il crimine alla per lui inesistente «libera volontà» degli individui, ma considera i delinquenti alla stregua di «malati» in taluni casi «incurabili» e dunque pericolosi al pari degli animali che siamo costretti ad abbattere e ad eliminare qualora divengano fonte di contagi letali. Contro Voltaire, che ne Le Mondain aveva esaltato i vantaggi arrecati dal lusso alla società nel suo complesso, d'Holbach è ostile a ogni forma di «sciupio vistoso» [60] e propugna una politica agraria fondata sulla ripartizione dei terreni tra il maggior numero possibile di piccoli proprietari. Diffidente anche nei confronti di un accentuato sviluppo del commercio, d'Holbach raccomanda la creazione di «opifici pubblici», cioè fabbriche di proprietà statale (idea che sarà fatta propria dai socialisti), in grado di contrastare la disoccupazione e la povertà, dimostrandosi quindi un sostenitore dell'economia mista, e non del laissez-faire o del liberismo, sostenuto da molti illuministi.[61]
Al pari di Condorcet, d'Holbach è uno dei rari filosofi maschi dell'epoca disposto a rivendicare la parità di diritti, e quindi di educazione e di istruzione delle donne. Lui stesso monogamo, come John Milton rivendica il diritto al divorzio e, pur senza eccessive concessioni ad un ethos «animalistico», è convinto che l'insegnamento della storia naturale mostrando l'affinità dell'uomo con gli altri esseri sensibili, educherà l'umanità a una maggiore mitezza nei confronti delle bestie, consapevole per esperienza che chi tormenta gli animali non ha scrupoli neppure nel tormentare gli uomini.[62] Egli osserva:
«Nella specie umana ci sono individui così diversi gli uni dagli altri quanto è diverso l'uomo da un cavallo o da un cane. [...] Quanti animali mostrano più bontà, riflessione e ragionevolezza dell'animale che si considera ragionevole per antonomasia! [63] »

La sua opera più nota resta comunque il Système de la nature, ou des Lois du Monde Physique et du Monde Moral (2 volumi, Londra 1770): in essa egli nega l'esistenza dell'anima e di qualsiasi proprietà o sostanza spirituale e sostiene che materia e moto formano il mondo, il quale è auto-creato, eterno e governato da un rigido determinismo, il quale giustifica ogni evento. [64]

Secondo d'Holbach anche l'uomo è "un essere puramente fisico", sottoposto alla ferrea necessità che lega insieme tutti i fenomeni naturali col rapporto di causa ed effetto, e la sua materia è organizzata in modo tale da produrre il pensiero: le stesse facoltà intellettuali, pertanto, sono modi d'essere e di comportarsi risultanti dall'organizzazione del corpo umano. 

La libertà è una pura illusione, e con essa il libero arbitrio: in realtà l'uomo cerca ciò che ritiene utile al proprio benessere, secondo una sorte di legge fisica naturale ("la gravitazione dell'individuo su se stesso"). Questo è ciò che la ragione e l'esperienza ci dicono: pertanto le "verità" della religione (dall'esistenza di Dio all'immortalità dell'anima) sono sciocche superstizioni, mantenute in vita dagli interessi del clero che sfrutta l'ignoranza delle cause naturali.[65] 

D'Holbach esalta l'ateismo, concepito come primo gradino verso la virtù ("la vera virtù è incompatibile con la religione"): l'ateo conosce le leggi della natura e conosce la propria natura, sa ciò che essa gli impone e pertanto può seguirla, assecondando il proprio impulso verso la felicità. D'Holbach ritiene, pertanto, che non si debba condannare la ricerca del piacere e della felicità terrena, purché l'interesse singolo non contraddica l'interesse collettivo: la condotta di ognuno deve riuscire a conciliargli la benevolenza dei propri simili, necessaria alla sua stessa felicità, e pertanto dev'essere diretta all'utilità del genere umano. Il potere pubblico può e deve indurre gli uomini a seguire tali comportamenti attraverso incentivi e pene.[66]

Il materialismo di d'Holbach, pertanto, a differenza da quello di Julien Offray de La Mettrie o del marchese de Sade, è mosso da un interesse etico - politico.[67] 

L'HOMME-MACHINE

Egli, coerentemente, si impegnò in battaglie politiche, come quella per l'abolizione dei privilegi ereditari di classe, e vagheggiò l'attuazione di una "etocrazia", versione originale di uno stato utilitaristico. Condusse una vita esemplare sotto il profilo morale, che probabilmente ispirò il personaggio di M. de Wolmar, lo scettico altruista della Nouvelle Héloïse di Jean-Jacques Rousseau.[68]
Per d'Holbach il conflitto sociale deriva unicamente dal fatto che i vari gruppi sociali non conoscono i loro veri interessi, in quanto tali armonizzabili.[69]
D'Holbach influenzerà, postumo, grandi pensatori come Nietzsche [70]Marx [71]FeuerbachLeopardi.[72]

CULTO DELLA RAGIONE

Il culto della "Dea Ragione" era una sorta di religione atea, mentre quello dell'Essere Supremoreligione di Stato della Prima repubblica francese per alcuni mesi - era una specie di devozione religiosa di ispirazione deista


Queste particolari credenze si diffusero in maniera organizzata in Francia soprattutto dalla fine del 1792 al 1794.[1] Si propagarono nel clima d'insicurezza dovuto al pericolo d'invasione da parte di truppe straniere, in particolare prussiane, che minacciavano di restaurare l'antico regime.[1]
Furono, insieme al calendario rivoluzionario francese, elementi della scristianizzazione che accompagnò la Rivoluzione francese.

Trovarono giustificazione in una certa forma di resistenza civica, come la ricerca della difesa dei diritti della Rivoluzione, soprattutto della libertà, dal momento che il clero cattolico - e, per estensione, il cattolicesimo - era considerato una "quinta colonna" dell'assolutismo nella nazione minacciata proprio dalle truppe dei regimi assolutistici europei dell'epoca (Austria, Prussia, Russia).[1]

Questi "culti" ebbero il loro apogeo durante il periodo del Terrore, con il culto dell'Essere Supremo, istituito per decreto dalla Convenzione nazionale su proposta di Maximilien Robespierre, leader del Club dei Giacobini e del Comitato di salute pubblica.[1]

Fratelli miei, la religione è la voce segreta di Dio che parla a tutti gli uomini ed essa deve tutti riunirli e non dividerli. Perciò ogni religione che appartenga ad un solo popolo è falsa. La nostra, per i suoi principi, appartiene all'universo intiero, perché noi adoriamo un Essere Supremo quale tutte le altre nazioni lo adorano; noi pratichiamo quella giustizia che tutte le nazioni ci insegnano e noi rifiutiamo tutte quelle menzogne che tutti i popoli l'un l'altro si rinfacciano.
Ci dicono che al popolo occorrono misteri, che bisogna stupirlo. Fratelli miei, si può fare un tale oltraggio al genere umano? I nostri padri non hanno già tolto al popolo la transustanziazione, l'adorazione delle immagini e degli ossi dei morti, la confessione all'orecchio, le indulgenze, gli esorcismi, i falsi miracoli e le immagini ridicole? Il popolo non è già abituato alla privazione degli alimenti della superstizione?
Bisogna avere il coraggio di compiere ancora qualche passo. Il popolo non è così imbecille come si pensa. Egli accoglierà senza traumi un culto serio e semplice di un Dio unico, come quello che dicono fosse professato dai Noachidi, come quello che gli antichi saggi hanno praticato, come quello recepito in Cina da tutti i letterati.
Quando la ragione, libera dalle sue catene, insegnerà alla gente che esiste un solo Dio e che questo Dio è il padre comune di tutti gli uomini che sono fratelli, che questi fratelli devono essere tra loro giusti e buoni, che essi devono esercitare tutte le virtù, che Dio essendo giusto dovrà ricompensare queste virtù e punire i delitti, allora certamente, fratelli miei, gli uomini saranno migliori e meno superstiziosi.
(Voltaire, Il Sermone dei Cinquanta)

Paul-Henri Thiry d’Holbach: Storia critica di Gesù Cristo 6 aprile 2012

Trattato dei tre impostori

Dal punto di vista filosofico, i culti della Ragione e dell'Essere Supremo derivano dal sincretismo degli ideali razionalisti degli illuministi, del deismo di Voltaire e soprattutto delle idee di Rousseau, a cui s'ispirava Robespierre.[1]

Essi volevano rappresentare una simbolica adorazione degli ideali di libertà (d'espressione, di pensiero, ecc.) e di uguaglianza nati con l'Illuminismo. Una nuova Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino fu emanata nel 1793, dopo quella del 1789.

Dal punto di vista politico, questi culti erano emanazione del giacobinismo radicale, soprattutto nel caso del culto dell'Essere Supremo.[1]

La scristianizzazione

Il termine scristianizzazione è una descrizione convenzionale dei risultati di una serie di politiche distinte, condotte da vari governi di Francia tra l'inizio della Rivoluzione francese del 1792 e il Concordato del 1802, che costituiscono la base del più tardo e meno radicale movimento di laicità

L'obiettivo della campagna è stato la distruzione della pratica religiosa cattolica e della religione stessa.[1] 

C'è stato un lungo dibattito scientifico sulla possibilità che il movimento di scristianizzazione sia stato motivato da istanze popolari o imposto da chi era al potere. I rivoluzionari più radicali ritenevano, in particolare, la religione cattolica superstiziosa e tirannica, sostenendo che ogni essere umano si sarebbe dovuto ispirare a ideali come la ragione, la libertà e la natura. 

Il deputato François-Antoine de Boissy d'Anglas, protestante, arrivò ad affermare: «Il cattolicesimo è servile per sua natura al dispotismo, per essenza intollerante e dominatore, abbruttente per la specie umana, complice di tutti i crimini del re».[2] 

Tra coloro, a vario titolo, che appoggiarono la scristianizzazione e videro con favore la diffusione di ateismo e agnosticismo vi furono personalità anche in contrasto fra di loro sui metodi e le idee, sia moderati che radicali: Joseph FouchéPierre-Gaspard ChaumetteJean-Paul MaratNicolas de CondorcetJacques-René Hébert [3]

Dopo i massacri di settembre (2 settembre 1792), numerose chiese furono trasformate in templi della Ragione, a partire dalla Chiesa di Saint-Paul-Saint-Louis nel quartiere Marais

Il nuovo culto si espresse nel 1793 e nel 1794 anche attraverso cortei carnevaleschi, spogliazioni di chiese cattoliche, cerimonie iconoclaste e così via.[1] 

Il culto della Ragione cominciò a svilupparsi nella provincia francese, particolarmente a Lione e nel Centro, dove fu predicato da rappresentanti in missione spesso vicini all'hébertismo (gli hebertisti facevano parte degli "Esagerati", o ultra-demagoghi, dei quali Jacques-René Hébert, con il suo giornale satirico populista Le Père Duchesne  - padre Duchesne - era la stellaAvverso al lusso, sebbene egli vivesse confortevolmente, alla corruzione, alle disparità sociali, ai preti e alla nuova plutocrazia delineava un programma di socialismo di stato e di azione popolare diretta, affermando che la prima proprietà è l'esistenza. Una comune autonoma e superiore allo stato, raccolti distribuiti da questo, propaganda armata per la divisione della terra, soccorsi ai vecchi, lavoro o sussidî ai validi, educazione comune gratuita e obbligatoria erano i suoi capisaldi. Con la caduta dei girondini e il trionfo della Comune, Hébert e i suoi amici s'imposero nei ministeri, nell'esercito, alla Convenzione. Erettosi a vendicatore e a continuatore di Marat, denunciò come traditori gli inclini a moderazione, ovunque additando corrotti e venduti. Fu ghigliottinato insieme ai suoi amici durante il Terrore).

Il movimento si radicalizzò arrivando a Parigi con la festa della Ragione nella Cattedrale di Notre-Dame il 10 novembre 1793, organizzata da Pierre-Gaspard Chaumette


Portrait de Mademoiselle Maillard (1766-1818) en Déesse de la Raison », Tableau de Jean-François Garneray (1755 - 1837)

Il culto fu celebrato da una donna avvenente simboleggiante la dea Ragione, una cantante lirica di Parigi.[1] M.lle Maillard, vestita di tricolore, impersonò la "Déesse Raison" mentre i cori del Conservatorio cantarono l'Inno della Libertà di J. Chenier e Gossec. 

Joseph Fouché (nella Nièvre e nella Côte-d'Or) e Chaumette (a Parigi) furono fra gli organizzatori principali di questi avvenimenti, con gli hébertisti, anche se lo stesso Jacques-René Hébert, che pure vi partecipò, non era completamente d'accordo con il totale ateismo e l'anti-cristianesimo, essendo più vicino alle posizioni del prete costituzionale e proto-comunista Jacques Roux

Fouché fece togliere ogni simbolo religioso in luogo esterno alle chiese, e porre su alcuni cimiteri la scritta: "La morte è un sonno eterno".[4] 

Le chiese cattoliche furono chiuse o riconvertite al nuovo credo il 24 novembre 1793 e il culto cattolico fu proibito. 

Fête de la Raison ("Festival of Reason"), Notre Dame, Paris
In ceremonies devised and organised by Chaumette, churches across France were transformed into modern Temples of Reason. The largest ceremony of all was at the cathedral of Notre Dame in Paris. The Christian altar was dismantled and an altar to Liberty was installed and the inscription "To Philosophy" was carved in stone over the cathedral's doors.[2] 
Festive girls in white Roman dress and tricolor sashes milled around a costumed Goddess of Reason who "impersonated Liberty".[8] 
La dea Ragione nelle chiese francesi della rivoluzione, dipinto ottocentesco
To avoid statuary and idolatry, the Goddess figures were portrayed by living women,[9] and in Paris the role was played by Momoro's own wife Sophie, who is said to have dressed "provocatively"[10] and, according to Thomas Carlyle, "made one of the best Goddesses of Reason; though her teeth were a little defective.".[11]
Before his retirement, Georges Danton had warned against dechristianizers and their "rhetorical excesses", but support for the Cult only increased in the zealous early years of the First Republic. By late 1793, it was conceivable that the Convention might accept the invitation to attend the Paris festival en masse, but the unshakeable opposition of Maximilien Robespierre and others like him prevented it from becoming an official affair.[12] Undeterred, Chaumette and Hébert proudly led a sizable delegation of deputies to Notre Dame.[13]

Un numero elevato di chierici refrattari venne condannato a morte, numerosi beni della Chiesa furono requisiti, si praticò il culto dei martiri della Rivoluzione e fu ideato il calendario rivoluzionario (l'inizio dell'anno era il 22 settembre, anniversario della proclamazione della repubblica), in quanto quello gregoriano ruotava intorno alla suddivisione e alla scansione del tempo basato su cicli settimanali in uso nella religione ebraica e cristiana. 

I sostenitori di questa ideologia vollero rompere ogni legame con il passato, pensando che la responsabilità di tutti i mali era della Chiesa. 

Il processo di scristianizzazione fu talmente improvviso, irruente e ateo che indusse il deista Robespierre a porre un freno a questa situazione, approvando una commissione per la libertà di culto.[1]

Culto dell'Essere supremo

«Le peuple français reconnoit l'Etre Suprême et l'immortalité de l'âme» (Il popolo francese riconosce l'Essere supremo e l'immortalità dell'anima) (Cattedrale di Clermont-Ferrand).
Robespierre, temendo l'influenza e il ritorno delle masse alla religione cattolica, che egli stesso aveva fatto tornare legale con il ristabilimento della libertà religiosa, proclamò religione di Stato il culto laico e deista dell' "Essere Supremo", basato sulle teorie di Rousseau, e in parte di Voltaire, ma il suo decreto gli attirò l'ostilità sia dei cattolici sia degli atei.[5]

L’ideale etico-religioso di Rousseau è esposto nell'Emilio, nella famosa Professione di fede del vicario savoiardo. Le verità fondamentali in cui tutti credono sono due  l’esistenza di un essere supremo e l’immortalità dell’anima. Rousseau dice di rifiutare la dottrina del peccato originale e la salvezza soprannaturale e propone invece una “professione di fede puramente civile, di cui spetta al sovrano fissare gli articoli”. Tali articoli sono le due verità dette prima con in più “la santità del contratto sociale e delle leggi”, e l’aggiunta di un dogma negativo, l’intolleranza. “Bisogna tollerare – sostiene Rousseau – tutte quelle religioni che a loro volta tollerano le altre, fintanto che i loro dogmi non contengano niente di contrario ai doveri del cittadino. Ma chiunque osi dire che fuori della Chiesa non c’è salvezza, dev’essere espulso dallo Stato”.

Robespierre - che aveva intenzione di sostituire, con il deismo e il panteismo naturalistico, la dea Ragione - prese anche le difese del clero costituzionale, i religiosi che si erano opposti ai preti refrattari, giurando fedeltà alla Repubblica, e accettò anche l'invito di una famiglia amica di tenere a battesimo il loro bambino, segno della sua volontà di conciliazione con i cattolici repubblicani. 

Molti atei e coloro che gli rimproveravano la sua spiritualità rousseauiana, spesso lo ridicolizzavano a parole. Anche Condorcet, portavoce dei salotti illuministi, enciclopedista e scettico verso il deismo, aveva affermato che "Robespierre è un prete e non sarà mai altro che un prete".[6] 

Nelle intenzioni di Robespierre, il culto dell'Essere Supremo avrebbe dovuto celebrare l'unità nazionale e favorire la pacificazione, con la vittoria in guerra e la possibile fine del periodo di emergenza del Terrore.[7] 

Se la precedente scristianizzazione aveva di fatto proibito ogni culto, soprattutto quello cattolico, tranne la celebrazione simbolica della Dea Ragione, il nuovo culto nazionale tentava una conciliazione tra opposte visioni. 

Robespierre fece votare una legge sul riconoscimento di questa nuova forma di spiritualità, in cui si affermava all'articolo 1 che "il popolo francese riconosce l'Essere supremo e l'immortalità dell'anima". 

La frase venne apposta anche su molte chiese, riconvertite a templi della ragione o dell'Essere supremo, senza che vi si celebrasse alcun culto. Gli articoli 2 e 3, infatti, dichiaravano che "il solo culto che si conviene all'Essere Supremo è la pratica dei doveri dell'uomo", cioè l'odio verso i tiranni, il rispetto dei deboli, la pratica della giustizia, ecc. Gli altri articoli confermano la libertà di culto e la laicità, ma puniscono gli assembramenti aristocratici e le istigazioni fanatiche.[8][1] 

Per Robespierre si trattava di una religione naturale, un culto razionale, con istituzione di feste consacrate alle virtù civiche, con lo scopo, secondo lui, "di sviluppare il civismo e la morale repubblicana".[9][10]
Il culto dell'Essere Supremo fu un culto eminentemente deista, influenzato dal pensiero dei filosofi del secolo dei Lumi, che concepiva una divinità che non interagisce con il mondo naturale e non interviene nelle faccende terrene degli uomini. Si concretizzò in una serie di feste civiche, destinate a riunire periodicamente i cittadini e a "rifondare" la Città attorno all'idea divina, ma soprattutto a promuovere valori sociali e astratti come l'Amicizia, la Fraternità, il Genere umano, l'Infanzia, la Gioventù o la Gioia.[11] 

L'8 giugno 1794 (il 20 pratile), Robespierre e altri deputati celebrarono la Festa dell'Essere Supremo al Campo di Marte. L'Incorruttibile svolse una specie di ruolo di "sacerdote" del nuovo culto, guidando una processione che segnò l'apogeo del suo prestigio, ma anche l'inizio della sua fine. Molti deputati lo insultarono e lo minacciarono apertamente.[12] Questa fase coincise con il suo temporaneo ritiro dalla Convenzione.[13] 

La Festa dell'Essere supremo vista dal Campo di Marte Pierre-Antoine Demachy - Carnavalet Museum, Paris 

La festa dell'Essere supremo, celebrata l'8 giugno 1794, fu la manifestazione di questa unanimità mistica, morale e civica che Maximilien de Robespierre prevedeva per il futuro come condizione della pace e della gioia. 

La festa dell'Essere Supremo conobbe un grande successo in Francia e fu quella di cui più a lungo si conservarono tracce visibili.[1] Essa fu celebrata particolarmente nella regione parigina, la Normandia, il nord, la regione lionese, la Linguadoca e la Provenza, l'Aquitania e la Borgogna. Le regioni meno interessate invece furono l'Alto Reno e in una certa misura l'ovest, in particolare la cattolica Vandea.

Père de l'univers, suprême intelligence ; Bienfaiteur ignoré des aveugles mortels,Tu révélas ton être à la reconnaissance Qui seule éleva tes autels (bis)
 Ton temple est sur les monts,[ dans les airs, sur les ondes; Tu n'as point de passé, Tu n'as point d'avenir; Et sans les occuper, Tu remplis tous les mondes Qui ne peuvent te contenir (bis)
Tout émane de toi, grande et première cause,Tout s'épure au rayon de ta divinité Sur ton culte immortel la morale repose Et sur les moeurs la liberté! (bis)
Pour venger leur outrage et ta gloire offensée,L'auguste Liberté, ce fléau des pervers, Sortit au même instant de ta vaste pensée Avec le plan de l'Univers (bis)

In quei giorni dalle Tuileries al Campo di Marte, l'inno all'Essere Supremo scritto dal poeta rivoluzionario Théodore Desorgues fu cantato dalla folla su musica di Gossec

Robespierre precedeva i deputati della Convenzione di cui era presidente. Avanzava solo, e per la circostanza vestiva un abito celeste cinto da una fascia tricolore. Teneva in mano un bouquet di fiori e di spezie. La folla immensa, venuta per il grande spettacolo, era incitata da Jacques-Louis David

Davanti alla statua della Saggezza, Robespierre diede fuoco a manichini che simboleggiavano l'ateismo, l'ambizione, l'egoismo e la falsa semplicità. [1]

Alcuni deputati della Convenzione presenti derisero la cerimonia, chiacchieravano, si rifiutarono di marciare al passo. Nonostante l'impressione profonda prodotta da questa festa, il culto dell'Essere Supremo fallì nel creare l'unità morale fra i rivoluzionari e contribuì anzi a suscitare, poco dopo il suo stabilimento, una crisi politica in seno al governo rivoluzionario.[1]

Con la caduta di Robespierre, il culto deista dell'Essere supremo - da non confondere con quello massonico del Grande Architetto dell'Universo - cadde in disuso, anche se sopravvisse sotto la forma detta teofilantropia, una setta rousseuiana, che per i legami ideologici con il giacobinismo, venne ritenuta pericolosa da Napoleone Bonaparte, che la soppresse nel 1802.[1]

Vennero fatti tentativi, da parte di simpatizzanti giacobini locali, di diffondere questi culti anche nelle repubbliche sorelle, ad esempio in quelle formatesi in Italia, soprattutto nelle zone dove i francesi furono meglio accolti e si piantarono gli Alberi della Libertà, ma ebbero poco seguito tra la popolazione e scomparvero subito.[14]

Secondo Raquel Capurro, il culto del Grand-Etre sviluppato da Auguste Comte con la religione dell'umanità, che egli ideò nella fase detta religiosa del positivismo, è un retaggio del culto della Ragione e del culto dell'Essere supremo.[15] 

Alcuni teofilantropi, che si ispiravano anche ad antiche filosofie come epicureismo e stoicismo, e vecchi simpatizzanti della religione dell'Essere Supremo, dopo la proibizione del culto, rimasero liberi pensatori, altri entrarono nella massoneria, altri propagarono il deismo sotto diverse forme, come il giacobino Filippo Buonarroti, che influenzerà parzialmente Giuseppe Mazzini, e vi furono anche tentativi successivi di riproposizione sotto diverse forme.[16]


RIVOLUZIONE SESSUALE: ORIGINI 14 MARZO 2008


Dio si è nascosto. Questo mondo è opera di potenze inferiori e ogni sua legge va infranta. Solo attraverso la degradazione, indossando ogni maschera, sarà possibile arrivare all’epoca della Nuova Legge, del Vero Dio. La vera Vita consiste nella libertà dai vincoli di qualsiasi Legge. Lodato sii tu, o Dio, che permetti ciò che è proibito!

Questo è un brevissimo riassunto della dottrina antinomica del frankismo, la setta ebraica settecentesca di cui fece parte il protagonista del libro di Gershom Scholem Le tre vite di Moses Dobrushka (Adelphi, 2014).

Morì ghigliottinato assieme a Danton durante il Terrore di Robespierre. Fu illuminista, massone, ebreo, cristiano, mago, trafficante di armi, spia, poeta, speculatore finanziario, mistico, mentalista. Fedele servitore dell’Impero Asburgico e/o infuocato giacobino. La sua sessualità era straripante e i suoi appetiti erotici lasciavano esterrefatti.

Ma chi era davvero Moses Dobrushka? E soprattutto, quante vite ha vissuto?

Secondo Gershom Scholem, Moses Dobrushka visse tre vite. La prima ebbe inizio nel 1753 a Brno in Moravia presso una famiglia di facoltosi commercianti ebrei imparentati con il famoso (o famigerato, a seconda dei punti di vista) Jacob Frank, autoproclamato Messia di un culto nichilista e fautore di una (non proprio sincera) conversione di massa al Cristianesimo.


Moses Dobrushka ad appena vent’anni cambiò nome e religione: si battezzò col nome di Franz Thomas Edler von Schönfeld, cominciando la sua seconda vita in giro per l’Europa, soggiornando anche presso la corte dell’Imperatore Giuseppe II. Riuscì ad arricchirsi trafficando in armi per conto dell’esercito nella guerra contro l’Impero Ottomano, e in quello stesso periodo fece valere le sue capacità magico-esoteriche all’interno di vari gruppi massonico-iniziatici tra cui gli Illuminati di Baviera e un più sincretista Ordine dei Fratelli Asiatici.

Nel 1792 cominciò l’ultima parte della sua vita, quella francese da giacobino, in cui assunse il nome di Junius Frey. Prima a Strasburgo e poi a Parigi, dopo i primi anni in cui venne accolto con entusiasmo dai circoli rivoluzionari, subentrò l’invidia e il sospetto nei confronti di questo ricco e intraprendente straniero “fattosi sanculotto”. 

Una diffusa diffidenza che, durante il Terrore, si trasformò in una sentenza sommaria di condanna a morte, decisa da un decreto del 26 agosto 1793 ed eseguita il 5 aprile del 1794, ovvero il 15 germinale dell’anno Secondo.


Junius Frey visse pericolosamente, a cavallo fra due mondi (il cabbalismo e il giacobinismo; ma anche il mondo terreno e il mondo esoterico dei misteri) e Scholem lo ha inseguito per due mondi e tre vite, analizzando con eleganza ed erudizione una notevole quantità di materiali eterogenei, dalle carte di Robespierre agli archivi massonici dell’Aia o di Copenhagen.

Secondo Scholem, Frey rappresentò l’evoluzione in senso giacobino del credo frankista: come abbiamo detto, Frey era il nipote di Jacob Frank, a sua volta considerato la reincarnazione del Messia Sabbetài Tzevi. Per capire il mondo in cui si move il protagonista del libro, bisogna spiegare cosa era il Frankismo e chi erano i ‘ciarlatani’.

PAURA E DELIRIO A OFFENBACH

Immaginate un ricco ebreo, ritenuto dai suoi fedeli la reincarnazione del Messia, che si converte al Cristianesimo e gira per le corti d’Europa affascinando i sovrani con numeri di magia, ipnosi e alchimia; questo personaggio presenta sua figlia Eva (e come poteva chiamarsi sennò?) quale incarnazione di una divinità, senza per questo evitare di offrirla nuda durante i rituali orgiastici. 

Jacob Frank abitò, dopo l’arresto, in una reggia a Offenbach, dove presiedeva a riti magici scambisti sotto l’effetto di droghe sintetiche (un mix di etanolo ed etere) prodotte in un laboratorio alchemico appositamente costruito. Potrebbe venirne fuori una specie di incrocio fra Breaking BadAmadeus e Paura e delirio a Las Vegas


Aggiungiamoci che, secondo Scholem, Frank fu il “primo ebreo guerrafondaio che la storia ricordi”, voleva trasformare “ogni israelita in un soldato”, amava il potere e la corruzione. E non è finita qui: la dottrina che insegnava era ancora più estrema delle sue abitudini!


Ma come faceva un personaggio del genere a godere del credito dei cristianissimi nobili cui si rivolgeva? Anche tramite la massoneria. Dice Scholem:

Aristocratici, non di rado membri della più alta nobiltà, aderirono in posizione dominante a molte di queste organizzazioni, in cui i confini tra gioco e serietà spesso sono un po’ confusi. La storia di tali movimenti appartiene al retroterra intellettuale della Rivoluzione Francese non meno che a quello della sopravvivenza di idee mistiche, teosofiche e occultistiche in piena epoca illuministica. Personaggi singolari e persino dubbi provenienti dai più diversi gruppi sociali poterono tentare qui, almeno per un certo periodo, la loro fortuna, come mostrato in maniera magistrale da Fritz Heymann nel suo racconto della vita davvero fantastica del Chevalier von Geldern, prozio di Heine.

Si trattava quindi di ciarlatani. Pawel Maciejko, ricercatore dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ha accostato la figura di Dobrushka/Frey ad altri famosi ciarlatani dell’epoca come il palermitano Cagliostro o il veneziano Giacomo Casanova (che effettivamente conobbe Frey ed Eva Frank a Brno), sullo sfondo della rivoluzione francese e quindi della rottura di numerosi tabù.

Nel suo libro The Power of the Charlatan Grete de Francesco ha tentato di fare luce sulla cosiddetta Charlatanry, una classe umana cui già Diderot dedicò una voce nell’Encyclopedie: nei periodi in cui la conoscenza scientifica sorpassa rapidamente il sapere comune, proliferano personaggi dotati di un certa cultura ma di maggiore furbizia che sfruttano il gap culturale per, sostanzialmente, soldi e potere. Questa corrente umana, cui appartengono molti figuri contemporanei, visse un periodo di rigoglio negli anni in cui operò il network di presunti scienziati/occultisti/maghi/massoni settecenteschi di cui facevano parte Frey, Cagliostro e Casanova. 

Un ciarlatano quindi; un nichilista mistico che si ritrova a Parigi durante la rivoluzione francese e prende parte entusiasticamente al clima di catarsi storica. Ma l’adesione fu sincera o fu l’ennesima maschera di una vita da falsario? Scholem tende (con molta cautela) a credere che il giacobinismo di Frey fu sincero, tutto il contrario rispetto all’opinione degli storiografi francesi della rivoluzione che lo hanno da sempre ritenuto un truffatore, probabile spia austriaca e giustamente decapitato come traditore della Rivoluzione.

FURIO JESI E JUNIUS FREY

Nello splendido saggio che chiude il libro, Saverio Campanini analizza Scholem nello stesso modo in cui Scholem ha analizzato Frey: ne segue con dotta esegesi gli interessi più intimi e i motivi biografici del suo percorso di ricerca, scoprendo che la “passione frankista” di Scholem risaliva addirittura agli anni della giovanile amicizia con Walter Benjamin

Scholem attraverso lo studio dei frankisti voleva saldare un debito di riconoscenza sia con Fritz Heymann, lo scrittore ucciso dai nazisti che fornì a Scholem numerose informazioni utili sui frankisti; ma soprattutto con il suo migliore amico, Walter Benjamin, al punto da riuscire a tracciare, ormai in vecchiaia, una lontana parentela fra il lato materno di Benjamin e quello di un altro famoso avventuriero-ciarlatano ebreo, il cavalier von Gerden, cui risaliva anche il ramo materno del poeta Heine.

Non stupisce quindi che Campanini si serva della letteratura scientifica più recente e aggiornata, decidendo quindi di non menzionare un autore come Furio Jesi che primissimo in Italia capì l’importanza di un personaggio come Moses Dobrushka. Lo stesso Jesi che in vita sentì l’esigenza di scrivere a Scholem proponendosi come suo allievo, come evidenziato dalle recenti ricerche d’archivio di E. Lucca e A. Cavalletti.

Jesi cita abbondantemente i testi di Scholem nel primo capitolo del suo libro del 1972 Mitologie intorno all’illuminismo.

Indagare sull’effettiva natura delle eresie sabbatiane e frankiste e sui loro rapporti con l’illuminismo, significa non solo approfondire un capitolo determinante della storia dell’ebraismo, ma anche studiare tutto un substrato della cultura europea (poi, in particolare, mittle-europea) che entro certi limiti conferma la contingenza storica della paradossale identità illuminismo-esoterismo. Il commento delle Haggadòth scritto dal già ricordato Jonas Wehle testimonia pari riconoscimento di autorità a Shabettày Tzevì e a Moses Mendelssohn, a Yitzchàq Luria (il supremo interprete della Qabbalà nel XVI secolo) e ad Immanuel Kant.

Jesi si propone sì come allievo di Scholem, ma come uno di quegli allievi brillanti che, con esempi e paragoni centrati, allarga il campo della lezione del maestro.

Jesi parte da Scholem, che evidenzia il rapporto fra cabbalismo e illuminismo, e si incammina alla ricerca di espressioni analoghe provenienti tanto da autori come Spinoza, Kant, Kierkegaard e Rousseau (quel Vicaire Savoyarde che intimamente non crede nello Spirito Santo ma continua comunque a celebrare puntigliosamente la messa), quanto da quel mondo cristiano più tendente al misticismo, trovandole in alcuni vagheggiamenti neo-hussiti di Meyrink e nelle eresie quacchera e anabattista, pietista e modernista, tra i pochi fermenti nel campo cristiano che forse furono in grado di avvicinarsi a formulare quella sorta “di esilio dell’uomo da Dio, e del ben più terrifico esilio di Dio dal mondo.” 

Jesi sottolinea anche l’importanza nella cultura europea dell’esoterismo, che cercò nell’Ebraismo oppure ancora più a Oriente le sorgenti del sapere iniziatico.

La convinzione dell’esistenza di una profonda solidarietà fra mistica ebraica e potenziale esoterico “asiatico” in generale è testimoniata d’altronde in tutta l’opera di Meyrink da costante intreccio fra tradizione qabbalistica e ‘hassidica e tradizioni esoteriche asiatiche di disparata provenienza (yoga, tantrismo, etc..). […] Questa digressione ha unicamente lo scopo di presentare un parallelo istruttivo di un’altra e precedente koiné che comprese sabbatiani e pietisti, anabattisti e quaccheri – per citare solo i gruppi più significativi – e diede un contributo determinante alla genesi e all’affermazione dell’illuminismo. […] Per Scholem si trattò di una “disposizione spirituale dei gruppi mistici che, incontrandosi con l’originario razionalismo dell’illuminismo – che scaturiva da tutt’altre fonti – finì con l’operare con esso nella stessa direzione”.

L’illuminismo quindi ha anche radici irrazionali, mistiche, provenienti da vari affluenti. Ma provennero in special modo dall’Ebraismo poiché l’Ebraismo è una religione che molto più di altre ha avuto tendenze verso l’idea messianica, verso un Messia che sta per arrivare e verso una nuova Legge; solo così è stato possibile compiere una vera demitizzazione della vita terrena. L’esperienza del marranismo e dell’esilio patito in terra dagli ebrei ha spinto alcuni gruppi mistici a teorizzare l’esilio di Dio dal mondo e la fine di ogni legge.

L’unica possibile demitizzazione di una religione è probabilmente quella che deriva dal divenir esausto per eccesso del rapporto col mito. Quando Jakob Frank sembrava mitizzare sua figlia Eva nei rituali orgiastici a Offenbach, il mito era in realtà già svanito e ci si trovava di fronte all’antinomismo che, di là dagli pseudo-miti cui ricorre, allude al Dio oscuro che cancella i miti. Qui sta il vincolo paradossale e segreto fra illuminismo e misticismo ebraico: l’uno colse i frutti di demitizzazione dell’altro, che aveva esaurito fino in fondo l’umana facoltà di mitologizzare. Ciò non accadde al cristianesimo.

Oltre ad aprire il suo libro con Junius Frey, è significativo che Jesi decida di chiudere il capitolo citando la figura del falsario nel romanzo Diario del seduttore di Søren Kierkegaard. Sembra un modo per spiegare il rapporto dei mistici con il mondo, o meglio, con i due mondi in cui si trovano a vivere, proprio come il protagonista de Le tre vite di Moses Dobrushka:

Il falsario era tale poiché «la sua anima veniva agitata solo dall’eterno, dal rapporto con Dio, dal rapporto con l’idea» e tuttavia egli compariva «corporeamente nel mondo reale». L’attività del falsario era quella di chi si trovava ad essere ponte vivente fra l’uno e l’altro mondo, soggetto simultaneamente alle leggi etiche contrastanti dell’uno e dell’altro mondo.

Una definizione perfetta, questa, per il protagonista del libro di Scholem. E Jesi, più avanti, sembra fornirne anche un definitivo profilo psicologico:

Il falsario, in fondo, è colui che cerca continuamente nelle disponibili verità un avallo e una motivazione del suo agire.


IL 5 aprile 1794, Sigmund Gottlob Junius Frey è ghigliottinato, insieme a Danton e ad altri, nella piazza della Rivoluzione per cospirazione contro la Repubblica, pur proclamandosi innocente e strenuo difensore della libertà — come il nome di Junius, datosi in onore dell'eroe romano Junius Brutus, lascia immaginare. 

Tale nome era in realtà il terzo che egli aveva assunto dopo quello, originario, di Moses (Levi) Dobrushka e l'altro, successivo, di Franz Thomas von Schönfeld. Ciascuno di essi aveva ricoperto, come una maschera cangiante, il suo volto sfuggente.

Nelle fasi diverse della sua vita avventurosa — di ebreo convertito, seguace di un ordine massonico di orientamento kabbalistico, di letterato fedele suddito dell'imperatore austriaco e, infine, di fervente giacobino, autore di una Filosofia sociale dedicata al popolo francese. 

Nipote acquisito del profeta eretico Jacob Frank al punto di apparirne il successore, legato all'alta borghesia austriaca di cui condivideva gli interessi finanziari, austero esperto di dottrine teosofiche, ma non alieno dai piaceri della carne, illuminista e mistico, chi era in realtà quest'uomo nato in Moravia nel 1753 e morto, quarantenne, sul patibolo?

Stabilitosi a Vienna, fu introdotto nei circoli illuminati lealisti verso Giuseppe II, entrando in contatto con scrittori come Klopstock, Gleim, Ramler e Voss. Fu allora che aderì alla società massonica dei Fratelli Asiatici, di tendenza esoterica ed occultista, in una sorta di singolare miscela di razionalismo e misticismo, espressa dal doppio triangolo della Stella di David e del Candelabro a sette braccia. 

Spostatosi in Francia con il nome di Junius Frey, senza rinunciare alla radice kabbalistica, secolarizzò la propria prospettiva in senso politico, accostandosi agli ambienti rivoluzionari giacobini. Tuttavia la sua personalità controversa destò presto sospetti, tanto da essere accusato di spionaggio a favore degli austriaci con l'intenzione di salvare Maria Antonietta dalla ghigliottina, sotto la cui lama finì egli stesso insieme ai fratelli e al cognato, il deputato Chabot.

Nel saggio sulla Metamorfosi del messianismo eretico sabbatiano in nichilismo religioso l'autore Scholem individua il punto di possibile convergenza in un messianismo fin dall'inizio orientato in direzione rivoluzionaria e anche anarchica. Al centro della dottrina di Frank vi è la tesi, di matrice gnostica, secondo cui il mondo in cui viviamo non è stato creato da Dio, ma da un suo alter ego demoniaco alle cui leggi occorre sfuggire, infrangendole anche attraverso atteggiamenti apparentemente peccaminosi. Da qui la tesi, più tardi fatta propria da Bakunin, che «la distruzione è una forza creativa». 

Ciò spiega la compresenza di mistica e sovversione sul pubblico e di fede e vita dissoluta su quello privato. «I soldati della fede — sostiene Frank, sempre affascinato da immagini guerriere — non possono scegliere per quale via penetrare nella fortezza. Se necessario devono esser pronti a percorrere le fognature più immonde».


Lucifero Da Wikipedia,

KILLING US SOFTLY I pesticidi sono cancerogeni e rendono sterili 

APRIL 2, 2015



Intelligent Design Theory


Creazione Senza Dio

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